Nelle giornate limpide, dalla spiaggia di Pratoranieri si vede il profilo di Punta Ala chiudere il Golfo verso sud. Poco oltre quel promontorio, fuori dalla vista ma a poco più di mezz’ora di macchina, c’è la località di mare che in Toscana conta più presenze turistiche di tutte: Castiglione della Pescaia. Un borgo murato su una collina, un porto canale pieno di pescherecci, una lunga spiaggia chiara e, subito alle spalle, una delle zone umide più importanti d’Italia.
D’estate la conoscono tutti, e si capisce perché. Ma è in autunno e in inverno che Castiglione si fa scoprire davvero: i parcheggi tornano liberi, nei vicoli del Castello si sente di nuovo parlare solo toscano, e nella palude della Diaccia Botrona arrivano a svernare fenicotteri, oche selvatiche e migliaia di anatre. È la gita perfetta per una giornata di vacanza fuori stagione, di quelle in cui il mare è troppo fresco per il bagno ma troppo bello per restare in casa.
In questa guida trovate cosa vedere a Castiglione della Pescaia partendo da Follonica, nell’ordine in cui conviene visitarla: il porto canale e il paese basso, la salita al borgo murato, la spiaggia e le pinete, la riserva naturale con la Casa Rossa Ximenes, e infine i due borghi dell’entroterra che valgono la deviazione, Tirli e Vetulonia. In fondo ci sono le cose pratiche e le risposte alle domande che ci fanno più spesso.
Come arrivare da Follonica
La strada è una sola ed è già un bel pezzo della gita: la strada provinciale delle Collacchie, la vecchia statale che corre parallela alla costa collegando Follonica a Castiglione e poi a Grosseto. Da Pratoranieri sono circa 26 chilometri, poco più di mezz’ora di macchina, attraverso la pianura di Scarlino, il bivio per Punta Ala e poi le pinete di Rocchette e Roccamare, che accompagnano la strada fin quasi alle prime case del paese.
Chi ha tempo può fermarsi lungo il percorso: Punta Ala è a una ventina di chilometri da noi e chiude il nostro Golfo con il suo promontorio, mentre il Forte delle Rocchette, affacciato sul mare poco prima di Castiglione, è un buon punto per sgranchirsi le gambe e guardare l’Elba dall’altra parte.
Un nome che racconta due storie
Il nome di Castiglione della Pescaia unisce due parole che nel Medioevo indicavano cose diverse. Castelione, cioè il castello, compare nell’VIII secolo; Piscaria, cioè il luogo della pesca, compare in un documento dell’814 riferito all’insediamento romano vicino al fiume. Per secoli ha prevalso la prima, poi le due si sono fuse. Ed è ancora così che il paese si presenta: un castello in alto, una comunità di pescatori in basso.
La storia che c’è in mezzo è lunga e movimentata. I Pisani controllavano la zona già dalla fine del X secolo e costruirono sulla collina la prima torre di avvistamento. Poi vennero gli Aldobrandeschi, un periodo di libero Comune, la protezione di Firenze, la conquista da parte del re Alfonso V d’Aragona nel Quattrocento e il passaggio ai Piccolomini di Siena. Nel 1559 Cosimo I de’ Medici comprò il marchesato di Castiglione, insieme alle isole del Giglio e di Giannutri, per la moglie Eleonora di Toledo.
Tracce di tutti questi passaggi si leggono ancora nello stemma del Comune: il castello con tre torri merlate lo volle Alfonso d’Aragona, mentre le tre mezzelune sopra le torri arrivarono nel 1464, prese in prestito dal blasone dei Piccolomini.
Il porto canale e il paese basso
Si comincia quasi sempre dal porto, ed è giusto così. Castiglione è costruita attorno alla foce del fiume Bruna, che qui diventa un lungo canale fiancheggiato da banchine: da una parte le barche da pesca e i cantieri, dall’altra i ristoranti e i bar affacciati sull’acqua. È un porto vero, che vive ancora di pesca e di cantieristica navale, e la mattina presto lo si vede lavorare.

Tra il Settecento e la metà dell’Ottocento questo porto ebbe un ruolo di primo piano nei commerci della Maremma, e lo si capisce guardando gli edifici che lo circondano. In via Portocanale c’è il Palazzo della Dogana, fatto costruire dai Lorena nella seconda metà del Settecento per controllare le merci in entrata e in uscita. Accanto, il casello idraulico regolava l’afflusso delle acque alla foce del canale durante le opere di bonifica e fu usato anche come deposito del sale.
La prosperità finì all’improvviso con l’arrivo della ferrovia maremmana, dopo la metà dell’Ottocento: i binari passavano nell’entroterra, lontano dal paese e dal porto, e i traffici presero un’altra strada. A salvare Castiglione, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, furono i primi stabilimenti balneari. È da lì che nasce la vocazione turistica di oggi.
Lungo le banchine vale la pena notare due monumenti. In fondo a corso della Libertà, su una terrazzina affacciata sul canale, c’è l’Obelisco, il monumento ai caduti del 1923 progettato da Lorenzo Porciatti, l’architetto che ha lasciato la sua impronta su mezzo paese. Sulla banchina della darsena, invece, c’è il monumento ai caduti del mare, inaugurato nel 1988: un marinaio in bronzo che con una mano sorregge un compagno morente e con l’altra stringe un’ancora. In un paese di pescatori, è quello davanti al quale ci si ferma più a lungo.
In paese chiedete del Palio marinaro: dal 1952 i cinque rioni del paese (Castello, Marina, Piazza, Ponte Giorgini e Portaccia) si sfidano su barche a remi con quattro rematori e un timoniere. Un tempo si correva nel fiume; dal 2009 il campo di regata è in mare, con l’arrivo davanti al porto canale.
La salita al Castello
Dal porto il borgo medievale è lì sopra, e ci si arriva a piedi in pochi minuti per vicoli in salita. Un tempo il paese occupava anche la parte bassa, vicino al fiume, chiusa dentro le mura pisane; con il ripetersi delle incursioni dei pirati, però, gli abitanti si trasferirono tutti in alto, dentro una seconda cinta di mura costruita nel Quattrocento prima dagli Aragonesi e poi dai Senesi. Di quella bassa restano la Portaccia, l’antica porta settentrionale, e un paio di torri, tra cui la Torre Lilli.

La cinta alta invece è quasi intera, e si entra da una delle sue tre porte: Porta San Giovanni, Porta della Madonna del Giglio e Porta Castello. Dentro, il borgo è un intreccio di vicoli lastricati, scalette, archi e piccole piazze, con le case in pietra addossate le une alle altre e scorci improvvisi sul mare. Non c’è un percorso obbligato: il bello è perdersi e ritrovarsi sempre, prima o poi, davanti alle mura.
Qualche indirizzo per orientarsi. La chiesa di San Giovanni Battista, nel cuore del borgo, risale al Cinquecento ed è stata ricavata da locali che servivano come deposito di armi; il campanile, in stile neogotico con richiami vagamente moreschi, è stato ricostruito alla fine dell’Ottocento su progetto di Porciatti. All’interno si conservano le reliquie di san Guglielmo di Malavalle, l’eremita dei boschi qui intorno. Accanto alla chiesa, l’ex orto dei frati è diventato il Giardino di San Giovanni, inaugurato nel giugno 2024 insieme al sagrato restaurato.
In via dell’Amore c’è il Palazzo Camaiori, del Quattrocento: un’iscrizione in facciata ricorda che nel 1767 vi soggiornò il granduca Pietro Leopoldo di Lorena, lo stesso che avviò le grandi bonifiche di cui parleremo tra poco. La piccola chiesa della Madonna del Giglio, infine, è inglobata nelle mura sud, proprio sotto il torrione dell’orologio.
In cima a tutto c’è il castello, con le sue tre torri angolari merlate. La più massiccia è l’originaria Torre Pisana, nata nel X secolo come semplice torre di avvistamento; le altre due vennero dopo, e i corpi di fabbrica tra le torri sono rinascimentali. Una cosa va detta subito, per evitare delusioni: il castello è una proprietà privata e non è visitabile. All’inizio del Novecento l’architetto Porciatti lo restaurò e ne fece la propria casa. Si gira attorno alle mura, e il premio è la vista: da quassù si abbraccia tutta la costa, dalle pinete verso Punta Ala fino alla foce dell’Ombrone, con l’Elba e il Giglio all’orizzonte.
La spiaggia, le pinete e Italo Calvino
Il litorale di Castiglione è in gran parte basso e sabbioso, interrotto solo dalle scogliere dei due promontori, Punta Capezzolo e Punta Ala. A levante del porto la spiaggia corre lunga verso Marina di Grosseto, con alle spalle la Pineta del Tombolo, cresciuta sul cordone di sabbia che un tempo separava il mare dall’antico lago. A ponente, oltre il piccolo promontorio di Punta Capezzolo, cominciano Riva del Sole, la pineta di Roccamare e Rocchette.
Riva del Sole ha una storia curiosa: nacque tra il 1957 e il 1960 come villaggio vacanze per i dipendenti di un’organizzazione svedese, e all’inaugurazione venne perfino il primo ministro di Svezia. Per oltre sessant’anni ha ospitato anche un consolato svedese.
La pineta di Roccamare, poco più avanti, nasconde tra i pini una lottizzazione di ville costruita dagli anni Sessanta. In una di queste Italo Calvino trascorse tutte le estati della seconda parte della sua vita, e lì fu colto dall’ictus nel settembre 1985, mentre preparava le lezioni che avrebbe dovuto tenere negli Stati Uniti. Lo scrittore è sepolto nel cimitero-giardino di Castiglione, e al suo nome è dedicata la biblioteca comunale in piazza Garibaldi. Per chi ama i suoi libri, è una piccola sosta che dà un senso diverso alla giornata.
Chi viaggia con le biciclette in macchina trova qui un terreno ideale: Castiglione è stata riconosciuta come Comune ciclabile e ha piste che collegano il centro a Riva del Sole e Roccamare verso ovest e a Marina di Grosseto verso est, in piano e in buona parte all’ombra dei pini.
La Diaccia Botrona, quello che resta di un lago
Uscendo da Castiglione verso Grosseto, sulla sinistra della strada si apre una distesa piatta di canneti, specchi d’acqua e prati allagati che arriva fino alle colline. È la Riserva naturale Diaccia Botrona, e per capirla bisogna tornare indietro di duemila anni.

In epoca antica, tra i fiumi Bruna e Ombrone, c’era un grande bacino d’acqua salata chiuso verso il mare da un cordone di sabbia: il lago Prile. Nel Medioevo se ne raccoglieva il sale; poi, perdendo salinità, divenne una palude, e con la palude arrivò la malaria, che per secoli ha reso questa pianura uno dei posti più malsani della Toscana. Dal Settecento i Lorena avviarono le grandi opere di bonifica, canalizzando e colmando il bacino un pezzo alla volta. I lavori sono andati avanti fino al 1952. La Diaccia Botrona è l’ultimo lembo che se n’è salvato.
Oggi quel lembo è protetto come zona umida di importanza internazionale secondo la Convenzione di Ramsar, ed è una delle aree più preziose d’Italia per gli uccelli acquatici. Negli ultimi anni è risultata la zona umida più importante della Toscana per lo svernamento delle anatre. Il periodo migliore per vederla è proprio quello che va dall’autunno alla fine dell’inverno, quando arrivano in gran numero fenicotteri, oche selvatiche, germani reali, alzavole e fischioni, insieme ad aironi bianchi maggiori, gru, falchi pescatori e albanelle reali. In primavera, nelle zone aperte, nidificano il cavaliere d’Italia e l’occhione, e nella pineta c’è una grande garzaia di aironi cenerini e garzette.
Portatevi un binocolo, se lo avete. Anche senza, basta fermarsi in silenzio al bordo di un canale verso il tramonto per capire perché i fotografi naturalisti ci tornano ogni inverno.
La Casa Rossa Ximenes
All’estremità occidentale della riserva, appena fuori dal paese, c’è l’edificio che è diventato il simbolo di tutta la palude: una casa color mattone appoggiata su tre grandi arcate, sotto le quali scorre l’acqua. È la Casa Rossa Ximenes, e se c’è una foto che tutti portano a casa da Castiglione, è questa.

La costruì nel 1765 il gesuita Leonardo Ximenes, matematico e ingegnere, su incarico del granduca Pietro Leopoldo, durante i lavori di bonifica della Maremma. Il suo vero nome era “fabbrica delle cataratte”: sotto il corpo principale c’è un sistema di paratoie che serviva a controllare il flusso dell’acqua tra la palude e il mare. All’epoca si credeva infatti che la malaria nascesse dai miasmi prodotti dal mescolarsi dell’acqua dolce con quella salata, e tenerle separate sembrava la cura. Il vero colpevole, la zanzara, sarebbe stato scoperto solo più di un secolo dopo.
Oggi la Casa Rossa è il centro visite della riserva e ospita dal 2009 un museo multimediale dedicato alla flora e alla fauna della palude e delle altre aree protette della provincia. Da qui partono i percorsi naturalistici e sono previste anche uscite in barca nella palude: chiedete al centro visite quali sono attive nel periodo della vostra vacanza.
Un dettaglio per chi ama le storie: nel cuore della riserva, su un piccolo rilievo chiamato Isola Clodia, ci sono i resti dell’abbazia medievale di San Pancrazio al Fango, costruita sopra una villa romana. Si vedono in lontananza dall’argine, e raccontano meglio di qualsiasi pannello quanto a lungo l’uomo abbia provato a vivere in mezzo a quest’acqua.
Tirli, il borgo nei castagneti
Se avete ancora mezza giornata, lasciate la costa e salite verso l’interno. A meno di mezz’ora da Castiglione, su per una strada che si arrampica nei boschi, c’è Tirli: un paesino a circa quattrocento metri di altezza, circondato da castagni e macchia mediterranea, sulle pendici di Poggio Ballone.

È ricordato già in un documento dell’814, ma il paese vero e proprio nacque nel Cinquecento attorno agli eremi che i frati agostiniani avevano costruito su queste colline. Qui la leggenda locale racconta di un drago che infestava i boschi, ucciso da un guaritore di nome Guglielmo che curava le febbri della palude e che fu poi fatto santo: è lo stesso san Guglielmo di Malavalle le cui reliquie si trovano nella chiesa di Castiglione e in quella di Sant’Andrea, qui a Tirli.
Tirli ha anche un piccolo posto nella storia del cinema. Qui fu girato nel 1963 Il taglio del bosco, tratto dal racconto di Carlo Cassola, con Gian Maria Volonté unico attore professionista in mezzo agli abitanti del paese. E d’estate si gioca ancora a palla eh!, un antico gioco tradizionale sopravvissuto solo in pochissimi borghi della Maremma e del Senese.
In autunno, con i castagni che ingialliscono e l’aria fresca che sale dal bosco, Tirli è il contrappunto perfetto a una mattina passata sul mare.
Vetulonia, la città etrusca ritrovata
L’altra deviazione, a una mezz’ora da Castiglione verso l’interno, porta a Vetulonia, un borgo di trecento metri di altezza affacciato sulla piana di Grosseto. Oggi è una frazione di poche centinaia di abitanti; venticinque secoli fa era una delle città più importanti dell’Etruria, e la sua storia è un piccolo giallo archeologico.

La città etrusca di Vatluna decadde in epoca romana e nel Medioevo scomparve anche il suo nome: il borgo sulla collina si chiamava Colonna, e dove fosse Vetulonia nessuno lo sapeva più. Il 27 maggio 1880 un medico appassionato di archeologia, Isidoro Falchi, salì a Colonna e notò alcuni tratti di mura antichissime, fatte di enormi blocchi di pietra. Negli anni successivi riportò alla luce necropoli e resti che coprivano quasi un millennio di storia, e si convinse di aver trovato la città perduta. Non tutti gli archeologi erano d’accordo, ma nel 1887 un regio decreto restituì al paese il nome di Vetulonia.
Oggi le cose da vedere sono tre. Le mura dell’Arce, le “mura ciclopiche” che colpirono Falchi, di cui un tratto si trova ancora dentro il borgo. Il museo civico archeologico Isidoro Falchi, che raccoglie parte dei reperti delle necropoli. E soprattutto le tombe monumentali sulle colline intorno, costruite nella seconda metà del VII secolo avanti Cristo: la tomba della Pietrera e quella del Diavolino II, grandi camere quadrate coperte da una falsa cupola, a cui si accede attraverso un lungo corridoio d’ingresso, il dromos, il tutto sepolto sotto un tumulo di terra.

Un dettaglio che lega Vetulonia al mare: nel III secolo avanti Cristo la città batteva una propria moneta, e sopra ci metteva un’ancora, dei delfini o un tridente. A quei tempi il lago Prile arrivava ai piedi di queste colline ed era collegato al mare da un canale navigabile. La Diaccia Botrona che avete visto la mattina è ciò che resta di quell’acqua su cui gli Etruschi di Vetulonia commerciavano.
Se la vostra vacanza cade nei primi giorni di settembre, la prima domenica del mese Vetulonia corre il suo palio: una corsa di ciuchi tra le quattro contrade del paese, Borgo, Colonna, San Guglielmo e Torre.
Quando andare
Castiglione della Pescaia ha due stagioni molto diverse, e conviene sapere quale si sta scegliendo.
L’estate è la stagione del mare e della vita serale: il porto e il borgo si riempiono fino a tarda notte, le spiagge sono attrezzate e affollate, e trovare parcheggio richiede pazienza. Non a caso nel 2019 il Comune ha superato il milione e mezzo di presenze, primo tra le località balneari della Toscana.
Da fine settembre a marzo invece Castiglione torna un paese di pescatori. È la stagione migliore per il borgo, che si gira senza folla, e per la Diaccia Botrona, che proprio nei mesi freddi raggiunge il massimo degli uccelli. Le giornate limpide d’inverno, con l’aria tersa dopo una tramontana, regalano dalle mura del Castello una vista che d’estate, con la foschia, non si ha quasi mai.
Consigli pratici
- Parcheggiate vicino al porto o lungo i viali del paese basso e salite a piedi: il borgo murato è fatto di vicoli stretti e in salita, non adatti alla macchina.
- Scarpe comode: nel Castello si cammina su lastricato irregolare e scalette.
- Mezza giornata basta per porto, borgo e Casa Rossa; una giornata intera se aggiungete Tirli o Vetulonia.
- Il castello non si visita, è una casa privata: si ammira dall’esterno e dalle mura.
- Controllate gli orari del centro visite della Casa Rossa e del museo di Vetulonia prima di partire: fuori stagione si riducono e cambiano da un anno all’altro.
- Portate un binocolo se andate alla Diaccia Botrona tra autunno e inverno: gli uccelli si osservano dagli argini e dai capanni, a distanza.
- Il pranzo viene naturale sul porto canale, dove i ristoranti guardano le barche da pesca.
Domande frequenti su Castiglione della Pescaia
Quanto dista Castiglione della Pescaia da Follonica?
Circa 26 chilometri, poco più di mezz’ora di macchina da Pratoranieri lungo la strada provinciale delle Collacchie, che corre parallela alla costa passando per il bivio di Punta Ala.
Cosa vedere a Castiglione della Pescaia in poche ore?
Il porto canale con il Palazzo della Dogana, la salita al borgo murato con le sue porte e i suoi vicoli, il giro attorno al castello per la vista sulla costa e, uscendo verso Grosseto, la Casa Rossa Ximenes all’ingresso della riserva naturale.
Si può visitare il castello di Castiglione della Pescaia?
No, il castello è una proprietà privata e non è aperto al pubblico. Si può però girare attorno alle mura e godere del panorama sul Golfo, sull’Elba e sul Giglio.
Cos’è la Casa Rossa Ximenes?
È l’edificio costruito nel 1765 da Leonardo Ximenes per regolare il flusso delle acque tra la palude e il mare durante le bonifiche lorenesi. Oggi è il centro visite della riserva Diaccia Botrona e ospita un museo multimediale.
Quando si vedono i fenicotteri alla Diaccia Botrona?
I fenicotteri, le oche selvatiche e le anatre arrivano a svernare nella riserva nei mesi freddi, indicativamente dall’autunno alla fine dell’inverno. È il periodo migliore per l’osservazione degli uccelli.
Castiglione della Pescaia è adatta ai bambini?
Molto. La spiaggia è lunga e sabbiosa, le piste ciclabili sono in piano e all’ombra delle pinete, e per un bambino la palude con gli aironi e i fenicotteri è un’avventura. L’unica parte faticosa per i passeggini è la salita al borgo.
Dov’è sepolto Italo Calvino?
Nel cimitero-giardino di Castiglione della Pescaia. Lo scrittore trascorreva le estati nella sua villa nella pineta di Roccamare, poco a nord del paese.

Il bello di una giornata a Castiglione è il ritorno: la strada delle Collacchie riporta verso nord lungo le pinete proprio mentre il sole comincia a scendere, e in poco più di mezz’ora si è di nuovo a Pratoranieri, in tempo per vederlo calare dietro l’Elba. Se vi è piaciuta l’idea di una gita tra borghi e storia, trovate altre mete a mezz’ora da noi in Massa Marittima: cosa vedere e in Il Golfo di Baratti e Populonia, e la costa sotto casa raccontata tratto per tratto in Le spiagge di Follonica.
Foto di apertura: il castello e il borgo di Castiglione della Pescaia visti dal mare. Foto di Ixitixel, pubblico dominio, via Wikimedia Commons.