A nord di Follonica, appena oltre il confine con la provincia di Livorno, la pianura del fiume Cornia si stringe tra colline coperte di boschi, vigne e olivi. È la Val di Cornia, e in mezz’ora di strada da Pratoranieri offre una giornata che mette insieme tre cose che raramente si trovano così vicine: un borgo medievale tra i più belli della Toscana, un vino che ha guadagnato la sua denominazione più alta, e un villaggio di minatori abbandonato da seicento anni, che si visita camminando tra le sue case.
Il borgo è Suvereto, il villaggio è Rocca San Silvestro, cuore del Parco archeominerario di San Silvestro, sulle colline di Campiglia Marittima. Separati da una mezz’ora scarsa di strada, raccontano la stessa storia da due lati diversi: quella di una terra dove per tremila anni si è scavato metallo, e dove oggi si viene per il silenzio, il vino e i sentieri.
In questa guida trovate un itinerario completo di una giornata partendo da Follonica: la mattina a Suvereto, tra la pieve romanica, il palazzo comunale e la rocca; il pomeriggio nel parco, tra le gallerie delle miniere e le rovine della Rocca; e, per chi ha ancora energie, il tramonto dalle mura di Campiglia. In fondo ci sono le cose pratiche e le risposte alle domande che ci fanno più spesso.
Come arrivare da Follonica
Suvereto è a circa 26 chilometri da Pratoranieri, una mezz’ora di macchina: si esce da Follonica verso nord e si risale la pianura della Val di Cornia, con le colline che si avvicinano chilometro dopo chilometro. L’ingresso del Parco archeominerario di San Silvestro è a circa 30 chilometri da noi, sulla strada provinciale che collega Campiglia Marittima a San Vincenzo, e tra Suvereto e il parco ci sono una quindicina di chilometri di strada collinare.
L’ordine che consigliamo è questo: Suvereto la mattina, quando il borgo è tranquillo e la luce è bella sulla pietra, pranzo in paese, e il parco nel primo pomeriggio. Campiglia, a una decina di chilometri dal parco, chiude la giornata.
Suvereto, il bosco delle sughere
Il nome si spiega da solo, se si conosce un po’ di latino: viene da suber, “sughero”, e Suvereto significa semplicemente “bosco di sughere”. Il paese è ricordato per la prima volta nel 973, e ancora oggi sullo stemma del Comune c’è una quercia da sughero, attraversata da un leone.

Suvereto ha meno di tremila abitanti, ma ha collezionato i riconoscimenti che contano per un borgo: la Bandiera arancione del Touring Club Italiano, l’ingresso tra I borghi più belli d’Italia e l’adesione all’associazione delle Città del Vino. Quello che colpisce, però, non sono le targhe. È la compattezza: un paese intero in pietra, stretto dentro le sue mura, dove le vie lastricate salgono verso la rocca tra archi, scalinate esterne e piccole corti fiorite, senza quasi nulla di moderno a interrompere lo sguardo.
Il borgo è diviso in tre terzieri, che si sfidano due volte l’anno: Castello, la parte più vicina alla rocca, San Francesco, che prende il nome dall’antico convento, e Borgo, la parte più esterna. Tenetelo a mente, perché ci torneremo parlando del palio.
La pieve di San Giusto
La prima cosa da vedere è anche la più antica, e sta in piazza Vittorio Veneto: la pieve di San Giusto. È ricordata già nel 923, ed è uno degli edifici romanici più interessanti di tutta la provincia di Livorno.

La chiesa che vediamo oggi fu ricostruita nel 1189 da due maestri, Barone Amico e Bono da Calci, che lasciarono la loro firma in un’epigrafe incisa sull’intonaco del transetto sinistro. È una firma che dice molto: Calci è un paese vicino a Pisa, e la pieve parla la lingua dell’architettura pisana, con la navata unica e il transetto e con decorazioni di gusto pisano.
Fermatevi davanti al portale. È fiancheggiato da due colonne, e sui loro capitelli stanno accucciati due leoni di pietra; sopra l’architrave, un arco a due colori è decorato con girali, cioè motivi vegetali che si avvolgono su se stessi. Più in alto, al centro della facciata, si apre un occhio a quattro lobi. Dentro, la chiesa conserva un fonte battesimale ottagonale del tardo Medioevo.

L’imperatore che si fermò a Suvereto
Alla pieve di San Giusto è legata la storia più curiosa del paese. Nell’estate del 1313 l’imperatore Arrigo VII di Lussemburgo, sceso in Italia per rimettere ordine tra guelfi e ghibellini e salutato da Dante come la grande speranza dell’Impero, morì improvvisamente a Buonconvento, nel Senese, durante una campagna militare. Il suo corpo doveva raggiungere Pisa, la città ghibellina che gli era più fedele, ma faceva caldo e il viaggio era lungo.
Così, secondo le cronache, la salma fu portata prima a Paganico e poi a Suvereto, dove fu sottoposta al mos Teutonicus, l’uso germanico di far bollire il corpo per separare le carni dalle ossa. Le ossa proseguirono verso il Duomo di Pisa, dove l’imperatore riposa ancora in un grande monumento funebre. La tradizione del paese aggiunge che lo stesso Dante sarebbe venuto nella pieve di San Giusto a rendere omaggio al suo “alto Arrigo”: nessun documento lo conferma, ma è il genere di leggenda che a Suvereto si racconta volentieri.
In suo onore, ogni 13 agosto, il paese corre il Palio dell’Imperatore. Ne parliamo tra poco.
Il palazzo comunale e la Fonte degli Angeli
Si entra nel borgo e si sale verso il centro. Il cuore civile di Suvereto è il palazzo comunale, che da otto secoli ospita il municipio: un edificio in pietra con la torre merlata e una scalinata esterna, affacciato su una piccola piazza con le palme. È difficile immaginare un municipio più scenografico, e i suveretani lo sanno.

Nel borgo si trova anche la Fonte degli Angeli, e a lei è legata una delle opere più care ai suveretani: la formella di marmo del Quattrocento con la Madonna della Fonte degli Angeli, di Andrea Guardi, restaurata nel 1995 e custodita nel piccolo Museo di Arte Sacra, ospitato nella chiesa di San Michele Arcangelo. Il museo è raccolto ma prezioso: oltre ai dipinti del Sei e Settecento conserva due statue lignee dell’Angelo annunciante e della Madonna annunciata, attribuite al Vecchietta, uno dei grandi scultori senesi del Quattrocento.
Nel borgo c’è anche un museo inaspettato, che con i bambini funziona sempre: il Museo artistico della bambola, nato dalla collezione donata da Maria Micaelli, che racconta come sono cambiate nei secoli le tecniche e gli stili con cui si costruivano le bambole.
Il chiostro di San Francesco
Nel terziere che porta il suo nome si trova uno degli angoli più belli del paese: il chiostro dell’ex convento di San Francesco. Il convento fu fondato nel 1288 dai frati minori e soppresso nel 1808, durante il governo di Elisa Bonaparte e Felice Baciocchi, principi di Lucca e Piombino. Chiesa e campanile furono trasformati in abitazioni e oggi se ne riconoscono solo alcune parti, inglobate nelle case.

Il chiostro invece è sopravvissuto, con le sue arcate in mattoni su pilastri, e dopo un lungo restauro è stato riaperto anche il lato che per anni era rimasto murato. Accanto sorge la chiesa del Crocifisso. È un posto dove sedersi qualche minuto nel silenzio, tra una visita e l’altra.
La Rocca aldobrandesca
In cima al paese, a dominare i tetti, c’è la Rocca aldobrandesca. La costruirono gli Aldobrandeschi, la grande famiglia feudale della Maremma medievale, nella seconda metà del XII secolo, sopra fortificazioni che risalivano già al IX. Negli stessi anni iniziarono anche i lavori della cinta muraria che scende dalla rocca e abbraccia tutto l’abitato: furono terminati nel 1308, come ricorda un’iscrizione su una delle porte del borgo.

La rocca è una grande torre quadrata a cui è addossato un palazzo, con un portale ad arco a tutto sesto preceduto da una breve scalinata. Tra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento perse la sua funzione militare, fu divisa in abitazioni e infine abbandonata a metà del Novecento. I restauri tra la fine del secolo scorso e l’inizio di questo l’hanno recuperata. La salita è breve, e dall’alto lo sguardo corre sui tetti del borgo e sulla Val di Cornia.
Il vino: il Suvereto DOCG
Scendendo dal paese in qualsiasi direzione, si attraversano vigne. La viticoltura in questa valle risale agli Etruschi e ai Romani, prese slancio nel Trecento con i Della Gherardesca, signori di un territorio che andava da Cecina a Follonica, e crebbe ancora con le bonifiche dell’Ottocento. Nel 1886 cinque produttori di Suvereto parteciparono già all’Esposizione di Roma.
Per anni il vino di queste colline è stato una sottozona della DOC Val di Cornia; dal 2011 il Suvereto è una DOCG a sé, la denominazione più alta del sistema italiano. Le tipologie sono quattro: il Suvereto rosso e le versioni da Sangiovese, Merlot e Cabernet Sauvignon. Per la Riserva il disciplinare chiede almeno diciotto mesi in botti di rovere e sei in bottiglia. Chi è già stato a Bolgheri, poco più a nord lungo la costa, ritrova qui Merlot e Cabernet Sauvignon, i vitigni che hanno reso famosa tutta questa fascia di Toscana.
Anche l’olio ha il suo orgoglio locale: la frazione di Prata dà il nome al Lazzero di Prata, una varietà di olivo pregiata che nasce proprio qui. Molte aziende della zona accolgono visitatori per degustazioni: conviene sempre prenotare, soprattutto fuori stagione.
Il palio delle botti e la Sagra del cinghiale
Due volte l’anno i tre terzieri di Suvereto si sfidano nel palio delle botti. È una gara che non assomiglia a nessun’altra: squadre di “spingitori” fanno rotolare per le vie lastricate del centro una botte da cinque quintali, spingendola di pancia a coppie e cercando di superare gli avversari lungo il percorso. Un tempo il palio si correva a cavallo; dal 1994, per ragioni di sicurezza, si è passati alle botti, unendo la vecchia rivalità tra i terzieri alla tradizione del vino. Il primo palio si corre a maggio, per le feste patronali di Santa Croce; il secondo, quello dell’Imperatore, il 13 agosto.
L’altra data da segnare è a dicembre. Da quasi cinquant’anni, nei fine settimana attorno all’8 dicembre, il paese organizza la Sagra del cinghiale, con i prodotti tipici, la cucina locale e l’artigianato della Val di Cornia. Se state pensando a un soggiorno invernale, è un’ottima scusa.
Il Parco archeominerario di San Silvestro
Lasciata Suvereto, si prende la strada per Campiglia Marittima e poi quella che scende verso San Vincenzo. Le colline si fanno più aspre, la macchia più fitta, e a un certo punto compaiono i primi resti di impianti minerari. Siamo nel Parco archeominerario di San Silvestro, 270 ettari di colline istituiti come area protetta nel 1995, dopo le campagne di scavo che riportarono alla luce il villaggio medievale di Rocca San Silvestro.
Queste colline sono attraversate da due filoni paralleli di roccia porfirica, lungo i quali si sono formate colonne di minerale di rame e di piombo argentifero spesse a volte centinaia di metri. Gli Etruschi le sfruttavano già: nel parco si vedono ancora i loro forni fusori e i pozzi da cui estraevano il metallo. Nel Medioevo lo stesso metallo alimentava le zecche della Toscana, e da lì nasce la storia della Rocca.

Il parco si visita seguendo diversi itinerari. Il più famoso è quello della Miniera del Temperino, tra pozzi e gallerie di un’antica miniera medievale, con tracce di scavi che risalgono agli Etruschi. Poi c’è la Galleria Lanzi-Temperino, dove si entra letteralmente dentro la collina, tra binari e vagoncini. A questi si aggiungono i percorsi all’aperto, che hanno nomi che sono già un racconto: la via del Temperino, la via dei Lanzi, la via dei Filoni Porfirici, la via dei Manienti e la via delle Fonti.
Completano la visita tre piccoli musei: il Museo dell’Archeologia e dei Minerali, il Museo delle Macchine Minerarie e il Museo del Minatore. Chi ha visitato la miniera di Massa Marittima trova qui un capitolo molto più antico della stessa storia.
Rocca San Silvestro, il villaggio dei minatori
Poi si sale, a piedi, lungo il sentiero che dalla Valle dei Lanzi porta al crinale. E in cima, a 331 metri, compare uno dei luoghi più suggestivi di tutta la Toscana: un intero villaggio di pietra, con le sue mura, la chiesa, le case, il forno e la torre, abbandonato da secoli e rimasto lì, sulla cresta del monte, come se gli abitanti fossero appena andati via.

La Rocca nacque tra il X e l’XI secolo, quando i conti Della Gherardesca decisero di sfruttare le miniere della zona. Il suo nome originale era Rocca a Palmento; quello di San Silvestro, preso dal santo a cui era dedicata la chiesa, arrivò solo quando il villaggio era già vuoto. Nel XII secolo passò alla famiglia Della Rocca, che la ricostruì quasi da capo: nuove mura, una porta fortificata con una scalinata in pietra, la chiesa ingrandita, le case riorganizzate secondo un piano preciso, con la zona residenziale a ovest e quella produttiva a est.
Il villaggio è costruito su due livelli. In alto, protetta da una seconda cinta di mura, c’era la parte signorile, con la residenza del signore, la cisterna e la torre di guardia. Sotto, dentro una cinta lunga circa 400 metri, viveva la comunità dei minatori. Nel momento di massima espansione, nella seconda metà del Duecento, qui abitavano tra le 200 e le 250 persone, in circa 42 case di pietra su uno o due piani, con una superficie media di appena 27 metri quadrati.
Camminando tra le rovine si riconoscono i luoghi della vita quotidiana: il forno comune, abbastanza grande per il pane settimanale di più famiglie; il frantoio, uno dei pochissimi di epoca medievale mai ritrovati, costruito proprio sotto la chiesa e l’area signorile perché l’olio, che serviva anche ad accendere le lucerne, era un bene prezioso da tenere sotto controllo; la chiesa, l’edificio meglio conservato, che rimase in uso fino al 1399, quando attorno non c’era quasi più nessuno.

C’è un dettaglio che tutti cercano, e vale la pena trovarlo. Appena dentro la porta, lungo il corridoio d’ingresso, una serie di gradini è intagliata nella roccia. Sul terzo, proprio davanti al posto di guardia, qualcuno incise secoli fa la griglia del filetto, il gioco del mulino diffuso in tutta l’Europa medievale. I turni di guardia li facevano gli abitanti stessi, a rotazione, e quella griglia racconta meglio di qualsiasi libro le lunghe ore passate ad aspettare.
Lo scavo del cimitero davanti alla chiesa ha restituito i resti di oltre seicento persone, e grazie a loro sappiamo molto di chi viveva qui. Gli uomini erano alti in media 1,65 metri, le donne 1,55, e si moriva in media intorno ai quarant’anni. Molti soffrivano di artrite, donne comprese: il segno che anche loro lavoravano in miniera, o nella frantumazione del minerale che si faceva all’esterno. Eppure, rispetto ad altre comunità toscane dell’epoca, la loro salute era migliore della media: l’isolamento li aveva protetti dalle epidemie.
La vita della Rocca è durata non più di quindici generazioni. Il villaggio si svuotò tra Trecento e Quattrocento, per diverse ragioni: la mancanza di corsi d’acqua abbastanza forti da muovere i mantici e i magli che la metallurgia moderna richiedeva, la concorrenza delle miniere della Sardegna e, probabilmente, un terremoto che colpì la zona nel Trecento. Il complesso restaurato è stato inaugurato nel 2008.
Il tramonto da Campiglia Marittima
Se la giornata non è ancora finita, a una decina di chilometri dal parco c’è Campiglia Marittima, un altro dei Borghi più belli d’Italia, arroccato su un colle affacciato sulla pianura della Val di Cornia e sul mare. Qui si trova il Palazzo Pretorio, con la facciata coperta da sessantacinque stemmi dei Capitani del Popolo e un’epigrafe che data la sua ricostruzione al 1246; la Rocca di Campiglia, con un museo inaugurato nel 2008 che espone i reperti degli scavi dell’Università di Siena; e la Porta Fiorentina, con i quattro stemmi della Gherardesca, di Pisa, di Firenze e di Campiglia messi sopra l’arco nel 1468.
Salite verso la rocca quando il sole comincia a scendere: la luce radente sulla pianura della Val di Cornia e sul mare è un modo perfetto per chiudere la giornata. E prima di ripartire cercate in qualche forno la schiaccia campigliese, la torta croccante tipica del paese, che si accompagna con un bicchiere di vin santo. Nella pianura sotto il paese, a Venturina Terme, c’è anche il Calidario, la sorgente di acqua calda frequentata già da Etruschi e Romani, di cui abbiamo parlato nella guida alle terme libere della Toscana.
Quando andare
La Val di Cornia si gode in ogni stagione, ma per questo itinerario l’autunno è il momento migliore. A settembre e ottobre le vigne attorno a Suvereto sono in vendemmia o appena vendemmiate, i boschi cominciano a cambiare colore e le temperature sono ideali per camminare nel parco, dove il sentiero verso la Rocca è in buona parte al sole.
La primavera è altrettanto bella, con la macchia fiorita e i prati verdi. In piena estate invece conviene fare la visita al parco la mattina presto o nel tardo pomeriggio: sul crinale di San Silvestro non c’è ombra, e nelle ore centrali fa molto caldo. Le gallerie delle miniere, al contrario, restano fresche tutto l’anno: portate una felpa anche ad agosto.
Consigli pratici
- Parcheggiate fuori dalle mura di Suvereto: il centro storico è piccolo e le vie sono strette e pedonali.
- Scarpe da camminata per il parco: il sentiero verso Rocca San Silvestro è in salita e su fondo sterrato e roccioso.
- Una giornata intera per fare bene tutto: mattina a Suvereto, pomeriggio al parco, tramonto a Campiglia. Se avete solo mezza giornata, scegliete tra il borgo e il parco.
- Controllate orari e visite guidate del parco prima di partire: verificate come e a che ora si entra nelle gallerie, e ricordate che fuori stagione i giorni di apertura si riducono.
- Acqua e cappello se andate in estate: sul crinale della Rocca non c’è riparo dal sole.
- Prenotate le cantine: molte aziende del Suvereto DOCG ricevono visitatori, ma quasi sempre su appuntamento.
Domande frequenti su Suvereto e San Silvestro
Quanto dista Suvereto da Follonica?
Circa 26 chilometri, una mezz’ora di macchina da Pratoranieri. Il Parco archeominerario di San Silvestro è a circa 30 chilometri, e tra Suvereto e il parco ci sono una quindicina di chilometri.
Cosa vedere a Suvereto?
La pieve romanica di San Giusto, ricostruita nel 1189; il palazzo comunale con la torre merlata; il chiostro dell’ex convento di San Francesco; il Museo di Arte Sacra e la Rocca aldobrandesca, da cui si domina tutto il borgo e la Val di Cornia.
Cos’è Rocca San Silvestro?
È un villaggio fortificato di minatori nato tra il X e l’XI secolo per sfruttare le miniere di rame e piombo argentifero delle colline di Campiglia, e abbandonato tra Trecento e Quattrocento. Oggi è il cuore del Parco archeominerario di San Silvestro e si visita camminando tra le rovine di case, chiesa, forno e frantoio.
Il Parco archeominerario di San Silvestro è adatto ai bambini?
Sì, è una delle gite che i bambini ricordano di più: le gallerie con i vagoncini, i sentieri e il villaggio sulla cresta del monte sono un’avventura. Serve solo un po’ di gamba per la salita alla Rocca.
Cos’è il Suvereto DOCG?
È il vino a denominazione di origine controllata e garantita prodotto nel solo territorio comunale di Suvereto, riconosciuto nel 2011. Le tipologie sono il Suvereto rosso e le versioni da Sangiovese, Merlot e Cabernet Sauvignon.
Quando si corre il palio di Suvereto?
Due volte l’anno: a maggio, per le feste patronali di Santa Croce, e il 13 agosto, con il Palio dell’Imperatore. I tre terzieri del paese si sfidano spingendo per le vie del centro una botte da cinque quintali.
Si possono fare Suvereto e San Silvestro in un giorno?
Sì, è proprio l’itinerario che consigliamo: Suvereto la mattina, pranzo in paese e il parco nel pomeriggio. Chi ha ancora tempo può chiudere la giornata con il tramonto a Campiglia Marittima.

Dalla Val di Cornia a Pratoranieri si torna in mezz’ora, giusto il tempo di passare dalle colline di pietra al lungomare sotto i pini. Se vi è piaciuto questo intreccio di borghi, vino e storia mineraria, trovate un’altra giornata simile in Massa Marittima: cosa vedere, il vino e i cipressi più famosi della costa in Bolgheri e il viale dei cipressi, e la costa etrusca poco più a sud di San Silvestro in Il Golfo di Baratti e Populonia.
Foto di apertura: la pieve di San Giusto a Suvereto. Foto di Poggioloserra, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons.